L’esperienza corporea come limitare dell’analisi: Postura e movimento come immagini complessuali

Carlo Melodia
Padova, Italia
Association of Graduate Analytical Psychologists

Summary

Psychology and Psychoanalysis have traditionally undervalued the symbolic potential of body, considering it as the concrete and inferior part of the human being, in which only primitive and incomprehensible contents were expressed in less psychologically developed patients through somatization mechanisms, or allegorical expression of sexual desire converted into hysteric symptoms. However, in Jung’s works we can find a different approach in comparisons between personal somatic symptoms and mythological contents. Only through the “authentic movement” of body expression has this begun to be considered as an opportunity to activate the transcendent function and to develop an alternative way to individuation. This requires the analyst’s specific training and setting. In this presentation are some reflections born from the author’s personal experience of training in classical ballet and clinical experience with analysands with prevalent body symptoms such as panic attacks and eating disorders.

Some possibilities are proposed here to integrate traditional analytical work with dreams and images with a specific attention to body-related aspects like posture, movement and proprioceptive perceptions as expressions of complexes. Some clinical issues are presented to confirm the possibility of recognizing in individual unconscious material some archetypical motives through amplification. The author finally suggests the necessity of considering these aspects, which emerged from an explorative questionnaire proposed to analysts and students of Centro Italiano di Psicologia Analitica, in future analytical training.

Introduzione

La riflessione che qui propongo nasce dal lavoro di approfondimento psicologico che contemporaneamente svolgo a livello personale, durante la mia ricerca individuale di “integrazione somato-psichica” attraverso lo studio della danza classica, e a livello professionale nell’attività ermeneutica con particolare attenzione al corpo con tutti gli analizzandi in generale, ed in particolare con quelli sofferenti di disturbi alimentari e di attacchi di panico.

Fin dai suoi albori la psicoanalisi si è occupata dell’espressione del disagio psichico attraverso il corpo, di conflitti e desideri repressi, già nell’ambito degli studi sui fenomeni isterici di conversione. Per Breuer e Freud sul palcoscenico del teatro somatico ricomparivano in chiave allegorica i contenuti psichici cui la rimozione aveva impedito l’accesso alla mente cosciente e quindi alla parola. Molti autori, soprattutto tra i neo-freudiani, hanno guardato al corpo come ricettacolo/ manifestazione di livello minimo di contenuti psichici rimossi, forclusi, o non mentalizzabili. Altri hanno sottolineato l’importanza nel lavoro analitico di un “ascolto” che prenda in considerazione i vissuti corporei, in particolare Bollas (2001): a proposito di ciò che definisce “il conosciuto non pensato”, egli riconosce e sottolinea i limiti della formazione analitica tradizionale per quanto riguarda la consapevolezza di espressioni attraverso il corpo di propri contenuti psichici da parte degli analisti e del riconoscimento empatico di quelli degli analizzandi.

Nei suoi testi Jung propone svariati riferimenti al lavoro di interpretazione di sintomi somatici in chiave simbolica con amplificazioni che permettono di cogliere l’origine archetipica di essi. La sua capacità di associare alcuni esempi di sofferenza corporea con i contenuti di credenze religiose, racconti mitici e fiabe spalanca non solo la possibilità di attribuire ad essi un significato psicologico mentalizzabile, ma di cogliere in quest’espressione somatizzata dal singolo individuo, un tema collettivo riconducibile ad una tappa individuativa.

Chodorow (1991), grazie alla propria profonda esperienza e consapevolezza corporea maturata attraverso la danza prima e la danza-terapia in seguito, struttura una modalità analitica fondata sulla immaginazione attiva attraverso il corpo, che viene definita “movimento autentico”, e che si fonda sull’osservazione e la condivisione empatica del movimento che spontaneamente si genera in persone motivate all’introspezione individuale o di gruppo quando venga loro offerto un setting adeguato e specifico da un analista formato e interessato all’interpretazione della postura e del movimento. Nel programma di questo stesso congresso vengono proposte e approfondite esperienze in questa specifica area della psicologia analitica.

Collocando la mia esperienza in quest’ambito intendo esporre attraverso alcuni cenni ad esperienze cliniche la possibilità di valutare in termini simbolici non solo i veri e propri sintomi, ma anche altri elementi legati alla corporeità emersi in analisi.

Ritengo cioè che le teorie psicoanalitica in generale e junghiana in particolare, salvo poche eccezioni, abbiano trascurato e sottovalutato il valore simbolico di alcuni aspetti dell’esperienza corporea non legati direttamente a una forma di disagio psichico strutturato.

Questi elementi, ascrivibili a postura, propriocezione e movimento, costituiscono infatti un area dell’esperienza psichica particolarmente preziosa in termini di funzione trascendente perché raramente sono controllate dalle funzioni coscienti e quindi attraverso essi possono facilmente emergere in analisi non solo emozioni ignorate, ma contenuti complessi legati ad esperienze estremamente precoci, a quelle fasi della vita neonatale in cui il corpo é il precursore percettivo e il fondamento incarnato di quell’insieme di funzioni che definiamo Io e che si imperniano sulla coscienza di sé.

La mia esperienza si fonda sull’integrazione del lavoro analitico tradizionale con una particolare attenzione agli aspetti menzionati provenienti dall’esperienza corporea. Nell’ambito del lavoro con i sogni per esempio, oltre alle associazioni e delucidazioni su ambientazione, situazioni e personaggi, chiedo all’analizzando di ricordare la propria localizzazione spaziale, la postura, particolari percezioni corporee e le modalità di movimento. Ugualmente mi comporto col materiale inconscio espresso graficamente, con l’ovvia differenza che i corpi eventualmente raffigurati nei disegni possono direttamente trasmettermi, attraverso la percezione empatica, dei vissuti sui quali posso confrontarmi col paziente. Nell’interpretazione dei disegni è inoltre oggettivabile la collocazione spaziale dei corpi o eventuali altri dati quali la proporzione tra le diverse parti somatiche o quella tra i corpi e gli altri elementi raffigurati.

Questo lavoro associativo si arricchisce analiticamente quando l’esperienza corporea può essere rivissuta in seduta: il riassumere una postura o la riesecuzione di un movimento diviene una forma di immaginazione attiva capace di riattivare il contenuto complessuale e liberarne l’energia emotiva. La Coscienza può così più facilmente entrare in contatto con il complesso inconscio e riconoscerne e integrarne i contenuti.

L’amplificazione può completare il lavoro appena delineato: richiede però da parte dell’analista un’esperienza corporea personale approfondita e una cultura nell’ambito della danza e dell’arte figurativa ampia almeno quanto quella negli ambiti del mito, delle fiabe, della religione e del folklore più tradizionalmente studiati dalla psicologia analitica.

Esempi clinici

La psicoterapia con Alba è cominciata 4 anni fa quando, dopo averne interrotta una precedente, viveva in una specie di affaccendamento iperattivo, senza più riuscire a riconoscere i propri bisogni o progetti.

Il primo terapeuta aveva agito su di lei ogni genere di abusi. Quelli sessuali erano stati spacciati per “riattivazione psico-energetica del piacere”. Aveva poi compiuto pesanti intrusioni nella vita lavorativa della paziente, dirigendone non solo le scelte, ma le strategie professionali e le modalità di attuazione. Infine l’aveva spinta ad incontrare un altro suo paziente, a frequentarlo nonostante lo scarso interesse reciproco, e quindi a sposarlo per “acquisire un adattamento sociale e capacità relazionali”. L’onnipotenza che aveva caratterizzato questi ed altri agiti da parte dello psicoterapeuta aveva svuotato Alba di ogni consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità autentiche. Gli aspetti non adattativi della personalità dell’analizzanda sembravano essere divenuti inconsci e parevano manifestarsi in lei, di tanto in tanto, in improvvise crisi di rabbia. Durante tali accessi di aggressività veniva assalita da immagini in cui picchiava il coniuge o lo uccideva, era colta da un desiderio di urlare al proprio datore di lavoro tutto quello che pensava di lui e quindi di licenziarsi in modo drammatico o infine saliva sulla sua auto senza preparare neanche un bagaglio o avvertire qualcuno e fuggiva senza neppure una meta. Durante questi momenti in cui si manifestava sempre più forte la spinta a liberarsi della modalità di vita e dei legami assunti in attuazione di quanto “impostole” dal precedente psicoterapeuta traspariva all’esterno solo una disforia marcata, con improvvisi incupimenti dell’umore rispetto al suo buon umore stereotipato e all’apparente perenne disponibilità.

Fu necessario un lungo periodo di psicoterapia per permettere ad Alba il riconoscimento del dolore legato agli abusi subiti in psicoterapia: come spesso accade ai bambini abusati, l’analizzanda viveva il racconto delle proprie esperienze d’abuso subite con vergogna: qualcosa in lei si sentiva complice per quanto si era lasciata imporre o per quello che aveva accettato di subire.

Altro tempo ci volle per cominciare ad elaborare quanto gli atteggiamenti e i comportamenti onnipotenti e perversi del terapeuta avessero coartato i vissuti e gli aspetti più autentici della personalità di Alba.

Da questa elaborazione emerse che l’analizzanda aveva vissuto modalità relazionali simili in varie situazioni, sia sentimentali che lavorative: certo il potere che aveva avuto su di lei la modalità controllante del terapeuta, proprio per la sua funzione teoricamente terapeutica e l’inevitabile conseguente transfert attivato in Alba, non aveva uguali nei partners o nei datori di lavoro.

Dai sogni emergevano le immagini di bambini, in diversi contesti e situazioni di maltrattamento, e di pericolo di vita. Le figure infantili di sesso maschile in particolare sembravano destinate ad una scomparsa precoce, come se ogni tentativo di avvio da parte del Sé di un nuovo sviluppo interiore trovasse qualche altro complesso che ne bloccava la vitalità, che ne metteva a rischio la crescita o la impediva direttamente attraverso atti violenti.

La bambine sognate invece manifestavano una sofferenza che sembrava non trovare nell’Io onirico un accoglimento e una protezione sufficienti: intervenivano allora figure interne forti e autoritarie, soldati e guardiani, che tendevano a divenire distruttive al punto di danneggiare anche Alba. Queste figure apparivano quindi connesse con l’aggressività emergente nelle crisi descritte prima e che agita impulsivamente avrebbe potuto cambiare la vita di Alba, ma in modo inconscio e potenzialmente autolesionstico. La paziente faceva però fatica a comprendere il senso di questi complessi e a integrarli nel corso dell’analisi: il complesso infantile ferito era estremamente passivo e induceva la coscienza ad un atteggiamento dipendente e oblativo, adattabile a qualsiasi richiesta esterna anche a costo di dover reprimere aspetti autentici di sé e aggravare la ferita psicologica. Il complesso difensivo e aggressivo, rimosso, si era autonomizzato tanto da non essere più attualmente riconoscibile e integrabile dall’Io. Perciò il lavoro analitico girava intorno al tema degli improvvisi cambi d’umore in senso aggressivo e alle immagini spontanee a contenuto violento che sconvolgevano la mente di Alba, tanto più quanto la Coscienza si dissociava da esse. Restava molto difficile farle associare degli eventi reali con questi “stati d’animo”. L’analizzanda soffriva di un tale grado di dissociazione che da sola non riusciva a vedere come l’impulso a prendere a pugni il marito fosse seguito ad un serie di suoi rifiuti di accompagnarla a spettacoli e occasioni di cui finalmente Alba aveva cominciato a riconoscere il desiderio. Anche l’impulso a licenziarsi o a distruggere l’archivio dell’azienda dove lavorava era difficilmente associabile per la paziente con la riduzione delle ferie o la richiesta eccessiva di straordinari da parte dell’imprenditore.

Stava arrivando al colmo della tensione a causa della lunga ospitalità che aveva, per compiacere la madre, dovuto “offrire” al fratello, che in cambio disponeva della sua casa e della sua auto senza alcun rispetto per le sue necessità e incombenze, quando finalmente Alba si vide nella sua “postura psichica abituale” attraverso un sogno.

Era aggredita dal suo primo datore di lavoro che urlava accusandola falsamente. Di fronte a tali ingiusti rimproveri lei rimaneva in silenzio e totalmente immobile, aspettando che l’altro smettesse o si stancasse e sperando che il proprio atteggiamento riuscisse ad ammansirlo.

Nelle associazioni ricordò che lavorare con quell’uomo era stato un vero inferno: il lavoro le era stato procurato da amici di famiglia e lei si sforzava di non scontentare il datore che era però molto violento e aveva anche cercato di avere un contatto sessuale con lei. Dopo qualche rifiuto, nonostante le sue capacità professionali e la sua discrezione anche rispetto alle avances, la licenziò senza appello e senza ribellione da parte di Alba.

Mentre raccontava il perché non si sarebbe mai opposta all’ingiusto licenziamento assunse una postura con il collo affondato tra le spalle alzate con rassegnazione e gli occhi spalancati per la paura e con un’espressione di supplica.

Le chiesi allora di rimanere immobile e di cercare di ascoltare il suo corpo per confrontare l’attuale postura con quella del sogno, magari chiudendo gli occhi per concentrarsi nella percezione di tutte le proprie parti somatiche. Dato che sembrava aver ripreso la stessa postura del sogno le chiesi di sentire se qualche emozione si manifestava mantenendo gli occhi chiusi. Si sentiva come una bambina spaventata e vulnerabile, totalmente in balia di un uomo che poteva fare di lei quello che voleva, senza nessun limite o regola: poteva solo cercare di rendersi invisibile, di non irritarlo ulteriormente, anzi di annullarsi pur di calmarlo. Si sentiva come una fragile creatura di fronte ad una forza della natura di potenza incomparabilmente maggiore, esperienza questa che le sembrava per lei frequente e non limitata a quella situazione.

Da quel momento in analisi emersero aspetti della sua vita prima completamente rimossi. In famiglia l’aggressività paranoica del padre, spesso colto da un vero delirio di gelosia verso la moglie che sfogava sui figli, e la collusione della madre con l’idea di superiorità dei maschi aveva lasciato il campo libero alle pulsioni del fratello primogenito. I genitori delegavano la vigilanza di Alba e una sorella più piccola al figlio maggiore che ne approfittava per picchiarle con il loro beneplacito ad ogni occasione e, giunto alla pubertà, per costringerle a praticargli rapporti orali per evitare di essere percosse. Alba aveva imparato a compiacere queste richieste anche in sostituzione della sorella per evitarle lo stato di disperazione che quella pratica le procurava, senza tener molto conto della propria condizione emotiva.

Emerse dai racconti che via via si presentavano alla memoria una catena di uomini che ripetevano con lei modalità di rapporto basate su controllo e dominio, cui lei non trovava la forza di opporsi, ma forse neanche la chiarezza di coscienza di rendersene conto.

Nel corso delle sedute successive quell’immagine posturale fu fondamentale per riprendere contatto con esperienze cancellate dalla memoria e rendere l’Io cosciente della necessità di una difesa consapevole integrando il complesso del guardiano. Quell’aspetto dell’Animus, così simile alla figura maschile da cui lei si sentiva totalmente sopraffatta, poteva divenire un prezioso alleato dell’Io, un elemento interiore che avrebbe potuto contrastare l’aggressività delle sue controparti maschili nella vita reale.

L’amplificazione venne da un viaggio di Alba in Indocina, dove vide danzatrici assumere una postura simile in una danza rituale della fertilità: la passività femminile sembrava irradiare dagli occhi spalancati delle ballerine che nelle sopracciglia inarcate esprimevano sorpresa e supplica e nella testa incassata tra le spalle la rassegnazione, elementi fondanti quell’atteggiamento corporeo. Abbiamo avuto occasione di notare in seguito che le femmine di molti uccelli assumevano nel rituale del corteggiamento una postura simile, imitando l’atteggiamento di richiesta di cibo dei pulcini, ottenendo di ridurre l’aggressività dei maschi che le imbeccavano, preparandosi ad accudire i piccoli nello stesso modo o dimostrandone la capacità.

Queste riflessioni mi sono state utili nel lavoro con altre due pazienti, che presentano costellazioni complessuali simili. In momenti di particolare disagio emotivo caratterizzato da sentimenti di impotenza di fronte allo strapotere di persone con cui si trovavano in relazione anche in loro si era manifestato un atteggiamento posturale come quello descritto. In comune con Alba avevano famiglie che costellavano un complesso paterno portatore di modalità relazionali arcaiche, poco definito e confuso nella trasmissione di valori e principi quanto dominante e controllante secondo il concetto di Io-ideale, ed un complesso materno freddo e poco accogliente, assolutamente incapace di infondere loro coraggio o di rassicurarle.

Anche con loro il riconoscimento della postura, del suo senso emotivo e della possibile radice inconscia personale e collettiva ha permesso di favorire il processo individuativo.

Ernesto è tornato da un anno in analisi dopo una pausa: l’avevo seguito in psicoterapia per Attacchi di Panico per circa due anni. Quel primo lavoro, imperniato sul riconoscimento dei propri limiti psichici e corporei, si era concordemente concluso con il ridimensionamento degli impegni e dei progetti che prima dell’insorgere del panico il paziente assumeva compulsivamente per dimostrare a se stesso e alle persone più vicine la propria potenza. Prima degli attacchi di panico era estremamente ambizioso, avido di impegni, freddo e distante nelle relazioni. Dell’ambito relazionale arrivava a manifestare vero e proprio disprezzo, enfatizzandone l’aspetto di dipendenza più o meno reciproca.

L’elaborazione psicoterapica si era quindi imperniata sulla possibilità di riconoscere il bisogno che Ernesto poteva avere della moglie, dei dipendenti della sua azienda, dei figli e di un aiuto psicologico, dato che proprio l’aspetto di estrema dipendenza si era manifestato in lui in modo incontrollabile attraverso il panico.

Dopo due anni ritorna pur essendo riuscito a “fare da solo”, cioè non ha più avuto attacchi di panico, anche perché ha saputo mantenere un atteggiamento di ascolto verso i propri bisogni e ha cercato attivamente di rispettarli.

L’imminente partenza di moglie e figli per una pur breve vacanza l’ha sprofondato nell’angoscia d’abbandono e ha fatto riemergere questo elemento psicologico che già si era presentato nel corso della precedente fase di psicoterapia senza che fosse però elaborato.

L’introspezione precedente si era faticosamente concentrata sul complesso del “campione” che in precedenza aveva dominato la personalità cosciente, inducendo Ernesto ad un ritmo di vita ai confini della maniacalità fino all’irruzione attraverso il corpo e i suoi segnali manifestati attraverso gli attacchi di panico del complesso opposto, portatore dei bisogni più reali e profondi, compreso quello di scoprire e rispettare i propri limiti.

Al suo ritorno in analisi era evidente che il complesso del campione, pur attenuato nel suo effetto sull’Io, aveva spinto l’analizzando ad un lungo periodo di auto-rassicurante indipendenza da me.

Di nuovo era stato necessario che comparisse un forte segnale d’angoscia per indurlo a ritornare per riprendere in considerazione gli aspetti più profondi della sua sofferenza.

L’angoscia d’abbandono si era già manifestata nelle sedute della fase precedente attraverso la comparsa di un ricordo in cui dominava l’immagine dalla madre che saltava sulla propria bicicletta e correva al capezzale del proprio padre morente lasciando Ernesto da solo e piangente nel giardino di casa. Tra l’Io e la consapevolezza piena del complesso del bambino abbandonato si era frapposta allora la potente immagine paterna da cui si era formato il complesso del campione, proprio come un immagine di Persona sotto cui nascondere i propri bisogni, anche quelli più naturali e inevitabili. Il padre gran lavoratore, spietato con sé e con gli altri, proteso a procurare alla famiglia un benessere concreto cui non corrispondeva un sostegno relazionale, era vissuto dall’analizzando con ambivalenza: era fortemente ammirato per le capacità lavorative che avevano offerto benessere alla famiglia in periodi per altri economicamente drammatici, ma induceva in Ernesto un sentimento “patetico” per tutto ciò che non aveva saputo offrire ai familiari e a se stesso sul piano umano e affettivo.

In questa seconda fase analitica l’elaborazione languiva nella constatazione della propria ambivalenza verso i propri familiari. Ernesto riconosceva di aver bisogno e provava sincero affetto verso moglie e figli, ma gli risultava impossibile sacrificare qualche impegno lavorativo alle loro necessità, o per trascorre più tempo con loro, anche se lui stesso l’avrebbe desiderato.

Un giorno ripetendo in seduta questa considerazione, a proposito della difficoltà di rifiutare un incontro con dei clienti di sera proprio all’ora in cui aveva l’impegno di andare a giocare a calcio con i figli, concluse “… proprio come mio padre, che pensava solo a lavorare”. Pronunciò questa frase incurvandosi in avanti e usando le mani come palette fece un gesto circolare come se lavorasse un impasto, o accumulasse qualcosa.

Gli chiesi allora di ripetere quel gesto e con gli occhi chiusi di descrivermi cosa gli faceva provare. Mi descrisse emozioni connesse al complesso del campione, sempre proteso ad accumulare successi e conquiste, un Creso destinato a perire a causa delle proprie ricchezze, un capo-branco potente, in grado di dominare e raccogliere intorno a sé un’ampia mandria: moglie e figli, le amanti sempre fantasticate e non realizzate per mancanza di tempo, la ventina di lavoratori che dipendevano dalla sue capacità imprenditoriali. Sentì però anche di essere umanamente solo e incapace per il momento di una vera relazione.

Questo era il punto di contatto in cui i due complessi si mostravano come due facce della stessa medaglia. A quel punto, dopo mesi di impasse, si manifestò di nuovo, attraverso un sogno, il ricordo dell’esperienza d’abbandono da parte della madre durante gli anni di infanzia. Questa volta Ernesto si è concesso di ascoltare il proprio pianto, lo sconforto, di riconoscere in questo vissuto un lato autentico del Sé, rispetto a quello enfatizzato del campione, che l’aveva spinto ad una troppo precoce ed estesa autonomia in risposta al lungo periodo di depressione della madre, seguito alla morte del nonno, che doveva aver frustrato i suoi bisogni affettivi in modo intempestivo e traumatico.

Anche Cesare ha difficoltà a sviluppare relazioni complete: i suoi “amici” sono per lui in realtà compagni di baldoria, la donna che lo accompagna per qualche settimana una “play-mate”. Mi porta per mesi sogni in cui, mentre è in compagnia di qualcuno, all’improvviso spicca il volo e si allontana. Gli ho fatto più volte notare che forse era un “prendere le distanze” emotivamente, ma senza riuscire a incidere nella sua consapevolezza.

Qualche tempo dopo mi annunciò di aver fatto un sogno diverso della stessa serie del volo, ma con una differenza sostanziale: il volo era così ad alta quota che vedeva la città come dall’aereo. Alla mia richiesta insistente se c’era qualche altro aspetto diverso dal solito, riconobbe che nei sogni precedenti, quelli in cui sorvolava la propria casa o un luogo di ritrovo a bassa quota, vedeva il corpo sotto di sé. In quest’ultimo invece il corpo era come scomparso.

Gli chiesi di provare a rivisualizzare quel volo e ad ascoltare eventuali percezioni corporee. Riusciva a descrivere ciò che vedeva lontano sotto di lui, ma nessuna percezione, come se fosse diventato di aria, come se oltre ad aver perso contatto con la terra l’avesse perso anche con la propria realtà somatica.

Da qui divenne possibile il riconoscimento che la distanza posta fra sé e la realtà rischiava di essere irrecuperabile, attraverso una consapevolezza sconvolgente del rischio di non sentirsi più, di non ritrovarsi più nella realtà, per non doversi confrontare con i suoi risvolti dolorosi.

Conclusioni

L’approccio olistico propone una cura dell’uomo che tenga conto ampiamente dei vissuti, delle emozioni, delle relazioni di chi soffre anche quando la sofferenza si presenta attraverso un disturbo a prevalente espressione organica e che altresì riesca a vedere la dimensione simbolica del corpo e di ciò che attraverso di esso si esprime quando il disagio è avvertito nell’anima.

La psicoterapia e l’analisi sono ancora diffusamente pensate come “cura attraverso la parola”, abbandonando troppo spesso il corpo a tecnologie mediche reificanti o a illusorie teorie alternative di probabile origine inflattiva.

E’ un compito possibile per la psicologia analitica cercare di ridurre progressivamente il divario partendo storicamente dal concetto di Jung (1975) di psicoide, postulato come simbolo tra dimensione psichica e somatica.

Nel breve spazio concesso ho cercato di evidenziare una modalità di lavoro che nell’ambito della pratica analitica offra alla dimensione corporea un ascolto che recuperi il senso di aspetti spesso sottovalutati: per esempio nella lettura dei sogni attraverso la valutazione della postura e il tipo di movimento dei personaggi e le relative associazioni. Ho cercato di evidenziare la capacità di tali elementi dello psichismo di evocare e veicolare in ogni individuo ricordi, emozioni, pensieri e di fungere quindi da “immagini” centrali di un complesso, sia quando vengono percepiti attraverso la vista, perché compiuti da altri, sia quando vengono agiti e propriocepiti personalmente. Quando assumono poi la forma di movimenti collettivamente trasmessi, per esempio nella danza o in ritualizzazioni, possono mostrare tutta la loro capacità di comunicazione sovrapersonale e la loro origine archetipica.

Da quanto esposto emerge il paradosso del linguaggio corporeo: da linguaggio primario nelle fasi precoci dello sviluppo psichico di ogni individuo a elemento sottovalutato o ignorato nell’età adulta, spesso anche nel lavoro psicoterapico e nella formazione degli analisti.

A questo proposito da uno studio da me effettuato in collaborazione con la collega P. Conti attraverso la somministrazione di un questionario con 9 items a colleghi analisti del CIPA, sia ordinari che in formazione, è emersa una sostanziale omogeneità di vedute rispetto ai temi proposti.

Infatti i colleghi che hanno risposto alle domande hanno tutti mostrato ampio interesse per l’ascolto della dimensione corporea sia propria che dei propri analizzandi, scegliendo quasi unanimemente le risposte che dimostrano il maggior interesse verso l’osservazione e la riflessione sulla realtà somatica. E’ un dato sicuramente interessante se teniamo conto che nell’ambito della formazione analitica, in questa e in molte delle società aderenti alla IAAP, non è ancora presente una materia di insegnamento o esperienze strutturate che avviino gli allievi a una riflessione consapevole sull’ermeneutica attraverso il corpo.

Bibliografia

  • Bollas C. “L’ombra dell’oggetto”, pp. 281-298, Ed. Borla, Roma, 2001.
  • Chodorow J. “Dance Therapy and Depth Psychology”, Routledge, London, 1991.
  • Jung C.G. “On the Nature of the Psyche”. pp. 159-234, Princeton University Press, Princeton, 1975.