Tango

Luciana De Franco
Rome, Italia
Associazione Italiana per lo Studio della Psicologia Analitica

«Una musica appassionata, un luogo che non ho mai visto prima e tante coppie. … Io sono seduta tra tante donne … dagli abiti potrei dire … anni 40. …» Silvi, pensierosa, riferisce il sogno: il suo sguardo passa attraverso la scena che descrive, poi, dopo un lungo silenzio, come tornando da un luogo lontano, dichiara: «Ho deciso, voglio imparare il tango». La paziente da molti anni aveva iniziato un percorso analitico; la motivazione prevalente era la difficoltà di rapporto con il maschile.

In realtà Silvana, questo era il suo nome, dopo avere ultimato con grande successo gli studi universitari, portati avanti fino all’ultima possibile specializzazione, si trovava in quel momento ad attraversare una profonda crisi: sentiva ifatti di dovere rifiutare un lavoro pertinente alle sue specializzazioni e che sapeva essere importante, in quanto avvertiva il rischio di una scelta che minacciava di rinchiuderla in schemi a lei estranei.

Nello sfondo un amore finito e la difficoltà di intraprendere nuove storie significative, anzi la tendenza ad essere attratta da uomini ai quali risultava del tutto indifferente.

Cosi avevamo iniziato il nostro rapporto di analisi, con l’aggravante di una situazione economica diastrosa che a suo dire avrebbe potuto costringerla a ridimensionare la sua vita e anche ad interrompere l’analisi.

Le cose avevano però preso dopo qualche tempo un altro verso e Silvi si era realizzata nell’ambito lavorativo trasformando creativamente le proprie risorse in modo del tutto impensabile.

Un lavoro gratificante, creativo, altamente remunerato, una nuova vita!

Rimaneva il problema del rapporto sentimentale. … ed ora, all’improvviso, veicolato dal sogno, questa decisione di imparare il tango. Che cosa conteneva di cosi «strano «il progetto» della paziente? Ovviamente nulla che non potesse essere guardato con gli strumenti propri dell’analisi. In realtà per me non era cosi:quella comunicazione mi aveva lasciata veramente di stucco!

Il Tango rappresenta infatti per me da molti anni uno spazio importante del tempo libero. Luogo di nuove e significative amicizie, tenuto fuori dalla dimensione lavorativa. Spazio personale molto investito anche attivamente e creativamente; non solo per ballare, ma per organizzare, misurarsi con iniziative di scambio culturale … Ancora stimolo per viaggiare, conoscere, ancora. … opportunità di approfondire la musica e persino per cantare! Dunque un vero spazio di gioco costruito in età adulta e divenuto una vera passione. Voglio aggiungere che nel mio lavoro istituzionale con pazienti gravi pur essendomi giovata accanto alla psicoterapia, dell’ausilio di esperti danzaterapeuti, tuttavia non mi è mai venuto in mente di utilizzare il tango.

Ora, dopo quella comunicazione della paziente, prevaleva l’idea che Silvi sarebbe, concretamente, comparsa, una sera, nei mie spazi di gioco. Mi trovavo dunque a dovere ragionare su di una eventualità mai pensata. Come sentire per la prima volta che lo spazio che mi apparteneva era privo di «protezioni», che chiunque avrebbe potuto invaderlo.

Mi veniva in mente che avrei incontrato Silvi e dunque … chissà quanti altri dopo di lei …

Agitata nell’animo da questi pensieri, ritornava alla mia mente quanto la paziente aveva detto sul tango: notazioni colte accanto a luoghi comuni. Tango: dispositivo per attivare emozioni profonde.

Quello che ricordo di quella seduta é il suono di questa parola «TANGO» ogni volta che Silvi la pronunciò io mi sentii toccata nel corpo.

Questo progetto non fu mai realizzato dalla paziente; scopri infatti che la sua passione stava altrove … In quell’ambito ha incontrato anche un uomo del quale è innamorata e che la ama. … L’analisi volge al termine. …

Quella fantasia aveva però prodotto dentro di me la traccia di una emozione che non riuscivo a cancellare e che chiedeva di essere ascoltata.

Se Silvi mi avesse dichiarato, pensavo la decisione di fare l’analista, sarebbe stato diverso! Questo pensiero chiaramente apriva significati in tema di transfert e controtransfert, e ci conduceva verso possibilità di elaborazioni trasformative (cosi fu poi) di quanto era accaduto, ma non modificava ad un altro livello il pensiero che mi aveva turbata.

Dunque era chiaro che il senso di «invasione»che «io» (non l’analista), avevo esperito, mi obbligava a considerare una mia zona oscura, che se pure aveva trovato una sistematizzazione creativa nel mio gioco adulto tuttavia doveva necessariamente essere visitata.

La «interpretazione» non mi sembrava risolvesse a sufficienza la mia istanza profonda di chiarimento.

Quasi naturalmente cominciarono a riaffiorare ricordi relativi alla nascita della mia passione, una passione che evidentemente, questo mi dicevo, non sembrava avere legittimità di esistenza dentro di me, se ero stata colta da un «timore»: essere scoperta nel mio gioco, che peraltro avevo, sempre, praticato con disinvoltura, o, forse, cominciavo a pensare, quasi sempre!

Cominciai cosi a riconsiderare con sguardo nuovo l’oggetto della mia passione.

Ho trovato in questo percorso tra individuale e collettivo vuoti di senso da colmare. Che cosa avrebbe visto Silvi della sua analista, incontrandola in una milonga (sala da ballo del tango)? forse quello che io non vedevo, e non sapevo di non vedere?

Quella emozione aveva aperto la strada ed oggi io vorrei con l’aiuto del video e della danza, una particolare forma di danza rappresentarvi proprio ciò che io immagino che Silvi avrebbe visto e che io temevo che lei vedesse.

Tango in poco tempo, vorrei intitolare questa «performance». Tema centrale del progetto è rintracciare nel tango quei temi uiversali intravisti come sobborghi, angoli oscuri dell’anima.

L’irreversibilità del tempo apparenta il tango alla letteratura universale: il tango diviene rifugio, maniera di riconoscersi, esorcizzare la nostalgia, l’abbandono, il senso di estraneità.

Come luogo in cui si celebra lo strazio dell’anima esso prevede un rito; il rito, il suo ritmo, la sua danza; una danza ambigua, seduttiva; una seduttivita dai possibili esiti, capace di trasformare il dolore in una espressione vitale, o in una chiusura mortifera.

Per evitare che la «seduttività del tango» oscurasse anche voi ho chiesto alla coreografa Oretta Bizzarri di aiutarmi con i suoi strumenti, il teatro-danza, a ricercare e rappresentare la geometria delle passioni che questa danza contiene.

Mi avvarrò pertanto del suo ausilio per una rivisitazione di musica, testi e danza, orientata dalle comuni riflessioni che prevedono una integrazione di sguardi differenti.

«Attraverso la creazione di personaggi privi di coscienza, attraversati dalla grazia naturale della inconsapevolezza, porto sulla scena le marione.»

«Ed è cosi» – prosegue Oretta – che il silenzio vibra, la vibrazione assume un ritmo, i ritmi si intersecano.

La musica viene ritrovata. …

La marionetta non farebbe mai movimenti affettati,

L’affettazione appare quando l’anima si trovi in qualche altro punto che nel centro di gravità del movimento.

Simili errori sono inevitabili dal giorno che abbiamo gustato l’albero della conoscenza».

La voce interpretante costruisce un percorso possibile.

La voce-parola diviene la musica che coreografa il corpo dall’interno.

Il nostro «Tango in poco tempo»si apre sulla musica di «Adios Nonino»(celebre tango scritto da Astor Piazzolla per la morte del padre, le parole sono quelle di un altro celebre tango: «Los mareados».(E Cadicamo, J. C. Cobiàn, 1942)

La sofferenza per il distacco, la separazione: viene costruito artificiosamente nel presente che non è stato ancora vissuto un passato al quale potersi attaccare; un passato che viene pregustato nel presente come tentativo di obliare la separazione. La coscienza viene attivamente alterata con l’alcool.

Oretta entra in scena per la prima volta

Personaggi privi di coscienza, attraversati dalla grazia naturale della inconsapevolezza.

Allora forse il tango è la nostalgia della inconsapevolezza?

«Quando nel 1910 il tango fa la sua comparsa nel vecchio mondo provoca una forma di delirio per la danza, quasi una mania che contagia le persone di ogni età e di ogni ceto con la stessa virulenza, senza possibilità di difesa. Si può scuotere la testa, farsene beffe, recriminare: la follia del tango testimonia che l’uomo dell’età delle macchine con il suo orologio da polso dall’ora incalzante prova la necessità di danzare.» Cosi commenta Sachs nella «Storia della danza».

Ma oggi il fenomeno è certamente più esteso e non riguarda solo i tangheri.

TANGO: nei media é un simbolo. …

Non era cosi circa 15 anni fa, quando il fenomeno ricominciava in Argentina dopo una lunga pausa e contemporaneamente si sviluppava in Europa coinvolgendo persone di ogni età, ceto sociale e culturale.

Una considerazione molto generale mi porta ad affermare che la società occidentale ponendo una attenzione crescente al piacere del presente, anzi mostrando una costante propensione al futuro, come se questo contenesse per definizione cose migliori, registra tuttavia a qualche livello che tutto ciò non assicura la felicità e che la perdita e la squalifica del passato individuale e collettivo crea un progressivo senso di estraneamento da noi stessi e dai gruppi sociali di appartenenza: il risultato è un adattamento a vivere nella società rispettando più o meno le regole.

Forse a questa nevrosi è da attribuirsi la grande diffusione della esperienza analitica vissuta come possibilità di recuperare il passato personale e collettivo per reintegrarli ed arricchire con essi la vita presente e i progetti futuri. Per questo valore di recupero del passato, il tango potrebbe apparentarsi alla psicoanalisi o quanto meno all’aspetto ricostruttivo dell’analisi.

La memoria, che obbliga a vivere e rivivere quanto razionalmente é stato cancellato é il tema principale del tango, che con la sua musica struggente lamenta la impossibilità di recupero del tempo passato, mentre i ballerini cercano attraverso l’invasione dello spazio del partner la possibilità di nuove comunicazioni o equilibri.

«Bloccano o spingono un piede, sgambettano, costringono ad intrecciare le gambe in un percorso originale fatto di accellerazioni che all’improvviso si arrestano: andamento «per cortes y quebradas, «tagli e torsioni, pause e cambi di direzione (Meri Lao). Che sia una milonga o un tango valz non cambia.

Molte cose si vanno tuttavia trasformando: le «interpretazioni» di uno stesso brano musicale che qualche anno fa si differenziavano per originalità della coppia tanghera, oggi si differenziano per la ricerca di virtuosismi estetici.

Un certo consumismo dal quale il tango non è certamente esente appiattisce il mondo di questa danza e l’originalità intraprendente viene sostituita da sterili imitazioni di famosi o meno maestri, tutto a discapito della creatività e dunque di una atmosfera che immediatamente tradisce la perdita di senso. Le trasformazioni a vantaggio della tecnica, impoveriscono il Tango mentre il tanghèro, come un eterno allievo in formazione (mantenuto Puer aeternus) non riesce ad intravedere la propria adultità.

Tutto ciò è funzionale al “sistema tango” – come del resto a molti altri sistemi nella nostra epoca – che richiede adepti e consumi infiniti di corsi. Si crea così una comunità virtuale, internazionale e permanente, che istituzionalizzando la differenza tra maestri ed allievi, blocca la originaria dimensione creativa richiedendo tassativamente un preliminare esperienza di dipendenza formativa. Tutto ciò è naturalmente ripagato con il premio di una rassicurante appartenenza ad una comunità internazionale.

Perdita secca:fascino e senso dell’incontro!

Di fatto dunque l’evoluzione sociologica del tango comporta il rischio d’un suo profondo snaturamento: siamo molto lontani dall’epoca nella quale gli emigrati, fondando il tango in terra argentina, fondavano al contempo la necessità di guardare e consumare la nostalgia della pic- cola comunita d’appartenenza, nel progetto inconscio di abreragirla nella danza per poter sublimare e sanare nel tango appunto il ricordo vincolante delle proprie radici.

A proposito del condizionamento storico Jung esprime la problematicità e la ricchezza al contempo dell’essere storicamente condizionati, cioè prigionieri ma in contatto con il nostro incosciente.

Jung: «Il contatto con l’incosciente ci avvince alla nostra terra e ci rende duri da smuovere, il che certamente non è un vantaggio nei riguardi della capacità a progredire e di ogni altra forma di desiderabile mobilità. Ma non vorrei dire troppo male della nostra relazione colla buona madre terra. Plurimi pertrasibunt, ma chi rimane attaccato alla terra ha durata. Essere lontani dall’incosciente e quindi dalla condizionatezza storica significa mancare di radici. Questo è il pericolo che minaccia il conquistatore di suolo straniero; ma é anche un pericolo per il singolo se, impigliandosi unilateralmente in qualche «ismo» perde il nesso con l’oscuro fondo originario materno della terra da cui é cresciuto». (1927, «Anima e terra», in «Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna», p. 145, Einaudi Torino, 1977)

Alla foce del Riachuelo, si erano stabiliti … molti immigrati … sopratutto italiani. La speranza nel futuro legata alla nuova patria non poteva dare frutti.

Ancorati al ricordo non si può seminare futuro «amarrado al recuerdo yo vivo esperando».

E neanche il presente può essere vissuto!

Privi di speranze e di illusione come la navicella racchiusa nella bottiglia. Quella stessa bottiglia che i naufraghi tradizionalmente utilizzano per inviare richieste di soccorso, si reifica paradossalmente in un oggetto che ponendo la nave nella bottiglia la chiude per sempre ad ogni fantasia di varcare gli oceani. Per tornare?

La nebbia del Riachuelo offusca ogni cosa e impedisce di vedere. Solo la memoria non ha bisogno di luce, il ricordo anzi si nutre del buio.

Ancorati ai ricordi. … di una terra che non può essere vista nella sua espulsività, una madre che nel tango rimane immutabile, santa, eterna, condannata comunque alla perenne attesa del ritorno dei propri figli.

Se invece il rimpianto per quanto é finito, passato, può essere assunto, allora questa nostalgia si trasforma in desiderio profondo di attingere il senso vitale che quel dolore evoca. Allo stesso modo la partenza per terre lontane conteneva si la disperazione, ma non era certo scevra di coraggio e speranza nel futuro.

Ciò che veniva lasciato e ciò che si sarebbe potuto trovare, costruire. La paura di vivere non riguarda certamente chi, sia pure costretto dalla disperazione, affronta il nuovo, il totalmente estraneo.

Oretta entra in scena sulle note di

«Niebla del Riachuelo» e di «Nostalgias»
(E. Cadicamo, J. C. Cobiàn, 1937)

Io credo che uno dei valori migliori del tango sia rappresentato dalla possibilità che vecchi e giovani, nostalgici ed immemori possano ballare oggi il tango che, concretisticamente ma anche simbolicamente tocca il tema della coppia, della vecchiaia e della morte.

Corpi divisi a metà, la parte superiore separata dalla parte inferiore, una parte sopra la cintura assolutamente silenziosa ed una parte sotto che comunica all’altro ed allo spettatore.

Non ci sono parole.

Il silenzio é la regola, come se il corpo potesse nel silenzio ritrovare le antiche, spesso smarrite o negate potenzialità comunicative ed espressive. Passi che animano la vicenda di coppia, del tutto irrelati alle parola che il cantante versa lamentosamente sulla musica, mentre altri osservano, o meglio guardano per rintracciare immagini perdute.

Qualcuno, dicevo, osserva la scena, ma, cosa vede?

La coppia, si, ma soprattutto le sue vicissitudini.

Quasi una antologia fenomenica dei problemi tra maschile e femminile, rappresentati unicamente dal movimento dei corpi.

Corpi che si abbelliscono nella ricerca del potenziale espressivo. Corpi che trascurano il senso delle parole;come se le parole fossero solo un suono lamentoso di voci antiche.

Quando è ormai avviato alla pratica della medicina Freud riceve una borsa di studio che per quattro mesi lo porta a Parigi. Come nota la Vegetti Finzi l’esperienza della Salpetrière lo mette per la prima volta a contatto con una dimensione nuova e travolgente con quel campo che di conoscenza che chiamiamo «sessualità» Cito: «Il termine sessualità » astrazione generalizzante rispetto alla varietà dei comportamenti erotici – come osserva Foucault, compare a metà dell’800 come prodotto delle pratiche di normalizzazione dei corpi, coercizione delle espressioni passionali per le quali erano stati approntati ambiti disciplinari, collegio, carcere e sopratutto manicomio.

E’ dunque alla Salpetriere che Freud entra in contatto con ciò che la morale e l’estetica borghese hanno esiliato. E li che Freud entra in contatto con la passione del corpo femminile.

Egli apprende da Charcot che la sessualità, come per la passione nel mondo antico, non è preliminare, ma sostitutiva della cura. Charcot ordina di guardare, perché vedere é capire. (S. Vegetti Finzi: «Freud dalla conoscenza delle passioni alla passione della conoscenza,» p. 264, «Storia delle passioni» Laerza Bari, 1995)

Torniamo ora al TANGO, assunta qui quale metafora di un gioco incoscio collettivo tendente a sistematizzare angosce di sradicamento.

Entriamo nella milonga, spazio dove il rito della danza si ripete incessantemente. Spazio di potenziale recupero d’un passato, dove i due attori e lo spettatore rivivono sia pure inconsciamente, un tempo che riguarda tutti e ciascuno, cosi come essere snaturato in una sorta di esibizione di specifiche abilità.

Non dimentichiamo che a volte il tango é la caricatura di se stesso, e non per autoironia, ma perché visitato dalla cifra del patetico, che lo apparenta al peggiore melodramma.

Non deve inoltre ingannare la dichiarata cifratura sessuale del tango, sappiamo infatti che la sessualità può rappresentare – sia pure come un percorso Ombra – la feritoia di accesso ad un passato, ad un’infanzia. Qui il rimando sarebbe a quei suoi momenti iniziatici alla dimensione sessuale, che – a sua volta – può rappresentare la riedizione “adulta” della coppia madre-bambino.

L’alternanza tra momenti in cui tutti ballano e altri momenti in cui si costituisce una ruota al cui interno la coppia si esibisce appartiene a molte danze, specialmente alle danze popolari del Sud.

Il significato manifesto é da vedere nella possibilità per la singola coppia di mostrare abilità e virtuosismi e per chi osseva di imparare, tuttavia non possiamo prescindere dalla dimensione esibizionistica contenuta in tale pratica.

Nel tango, in particolare, mi sembra che questo «guardare», «essere guardati», sia qualcosa di più complesso e di fatto non esclusivamente confinato ai momenti ufficiali delle esibizioni.

Questo aspetto del resto potrebbe essere connesso alla struttura più intima di questa danza, e sarebbe confermato dai contenuti dei testi.

Una coppia balla e un terzo osserva e chi balla sente il peso di quello sguardo. Ammirazione, gelosia, invidia, una vasta gamma di reciproche emozioni Tutto in silenzio, perché il silenzio é la regola aurea di questa danza tanto che si potrebbe affermare che lo spettatore è essenziale al tango, quanto il silenzio della coppia.

Pensiamo per converso alla una scena d’amore e di seduzione reciproca, un lunghissimo walzer, pretesto che consentendo il massimo avvicinamento possibile tra i due permette aTancredi e alla principessa di Salina, quella ininterrotta conversazione magicamente filmata da Visconti: Nel tango sono i corpi a comunicare, tra di loro e all’esterno. Che il ritmo sia della milonga o del tangovalz, non cambia.

Dunque la differenza starebbe nella strutturale dimensione trasgressiva che il tango porta con sé e che comporta la regola che il tango vada ballato ma anche “osservato: cosi che di fatto ogni tango è una “esibizione” come una «improvvisazione», o forse proprio l’esibizione di una improvvisazione, non una ripetizione codificata di passi, ed è per questo che chi osserva non sa cosa potrà accadere.

Questo è alle origini, quando gli emigrati per le strade si radunavano intorno alla musica di un vecchio organito e in quel momento potevano mostrarsi senza timore di essere riconusciuti. In quelle circostanze, il gioco poteva farsi pesante e la simulazione della sfida sconfinare in duello.

Questo sguardo, dunque “ufficialmente” accolto, è molto lontano dalla supposta esperienza infantile diello sguardo di chi, esluso dalla scena, cerca di rientrarvi guardando.

Qui, nel tango, non c’é spazio per la colpa perchè chi guarda viene tirato dentro, sedotto, incluso attivamente.

Il gioco tende a mantenere la inconscietà.

L’osservazione minuziosa dei passi e dell’insieme finalizzata alla acquisizione di nuovi stilemi offre giustificazione allo sguardo invasivo: manifestazione del desiderio di apprendere ciò che l’adulto fa.

Questa forte identificazione, forte sopratutto negli uomini, (non potrebbe essere nella donna, fortemente condizionata nella danza dalle capacità del partner) andrebbe a tutto vantaggio della imitazione- identificazione tra uomini, tenendo a bada le aggressività nella definizione accettazione delle gerarchie. In questo senso il tango è un fatto di uomini, ed è questo chea mio avviso viene interpretato come emarginazione della donna. Una possibile rilettura del machismo?

Il ruolo della figura femminile – incatenata alla posizione della seguidora – sarebbe una conferma di tale meccanismo.

In realtà però i più bravi ballerini sono coloro i quali valorizzano al massimo le capacità dalla donna.

Dunque come dire che le comunicazioni si moltiplicano e si complicano, come se nella sala ci fosse un occhio sempre più lontano che vede gli altri che a loro volta guardano.

La triangolarità alla quale ho accennato potrebbe essere ora considerata nei suoi aspetti evolutivi come in quelli bloccanti.

La paura di vivere diviene cosi il desiderio di morire, cosi come il desiderio di vivere attiva la paura della morte.

Sappiamo bene come e quanto per Jung fosse ritenuta importante l’esperienza psichica della morte durante l’intero ciclo di vita.

La psicoterapia viene spesso negata o sconsigliata a pazienti di età avanzata con la apparente scontata motivazione che ci siano scarse possibilità di cambiamento.

Alcuni autori (E. Christopher e H. McFarland Solomon, Il pensiero Junghiano nel mondo moderno, Magi, Roma, 2003, p. 376) hanno rilevato che le scarse possibilità di cambiamento in alcuni casi dovrebbero essere messe in relazione con le difese messe ini atto dal terapeuta.

Le motivazioni sono da rintracciare dalla paura del terapeuta con il proprio ineluttabile invecchiamento, dalla sua impotenza per la incurabilità degli anziani, dal desiderio di non sprecare il proprio talento con persone prossime alla morte, la paura che il paziente possa morire durante il trattamento, la paura di essere giudicati dai colleghi per la scelta di trattare un anziano.

Dunque per coloro che «non vedono nella vecchiaia che una diminuzione della vita la calma della vecchiaia è rara «E Jung continua» sono molto pochi gli artisti della vita, questa è un’arte veramente rara e nobile … essi arrivano alla soglia della vecchiaia carichi di desideri non realizzati, e ciò li porta a volgere involontariamente la testa verso il passato. Ma dov’ é la saggezza dei nostri vecchi? Dove sono i loro segreti e le visioni dei loro sogni? essi preferirebbero essere uguali ai giovani, i padri fratelli dei figli.(«Anima e Terra», p. 187)

Entra Oretta sulla musica del tango «EL miedo de vivir» (E. Blazquez, 1969)

Il tema della vecchiaia, trattato da molte delle liriche del tango, introduce al tema della morte, ampiamente celebrato da molti testi.

Una morte come traguardo ultimo d’una nostalgia altrimenti inesauribile. Una morte che ricongiunge alla terra madre: madre espulsiva quanto inglobante, una forte fantasia nevrotica di marca squisitamente infantile che suggerisce la morte come ricongiungimento con la madre.

Il tango quindi alimenterebbe una grande illusione, una passione finalizzata alla copertura e mantenimento delle nevrosi irrisolte. Queste illusioni consentirebbero tuttavia di appagare a livello effimero e collettivo una naturale propensione alla nostalgia che ancorando all’infanzia impedisce l’accesso alla adultità.

Adios Nonino!

Il grande potere di fascinazione del tango al pari del canto delle Sirene va ascoltato, cosi faceva Ulisse, Egli si faceva legare per paura di esserne sedotto. Ma proprio Ulisse è l’eroe che deve sempre tornare, egli non smarrisce mai il senso delle radici …

La psicologia analitica offre il suo orecchio al passato che emerge in forza di una particolare e artificiosa relazione; una artificiosità, come Freud ci ha insegnato favorente questo autodisvelamento. Il fine è poterlo, questo passato, vedere; poterlo raccontare. Isogni dei nostri pazienti contengono progetti di vita ostacolati delle fissazioni infantili.

Le dinamiche tra gli avvenimenti del passato e le spinte verso il cambiamento attivano malinconia e spaesamento.

Proponevo all’inizio la nostalgia della inconsapevolezza.

Ora volgendo al termine é possibile ad Oretta deporre le marionette e portare le sue donne, vitali e giocose, ironiche e capaci di proporre dichiaratamente un gioco della seduzione che nato da un attaccamento compiaciuto e sofferente al passato attinge ora al presente procedendo verso il suo destino II corpo può essere mostrato, si puo affermare, si esprime senza parole; diviene con ritmo crescente musica, musica, musica.

Oretta entra in scena rappresentando le «sue» donne

Se dunque Silvi venisse stasera nella milonga io proverei lo stesso disagio che si sperimenta fuori dal contesto del luogo di analisi. Quel disagio che è implicito alle prospettive che mutano e ci mostrano altre cose. Quel disagio che non viviamo a sufficenza quando lo condividiamo con la comunità analitica che accoglie il paziente che diventerà analista.

Certamente Silvi non saprà mai quanto quel desiderio espresso in un istante abbia toccato il mio cuore.

Questo mio tentativo ambizioso di «slegare» il tango per coglierne, forzando GREEN, «le molle e le articolazioni inapparenti», per restituirlo al fluire della mia vita per un lungo istante bloccatasi, forse, consente di accostarsi al disagio che l’analista vive in ordine a cambiamenti profondi del proprio mondo interiore che vengono attivati dal lavoro analitico e che le analisi personali precedenti non sono sufficenti ad evidenziare.

Se infatti non ci sottraiamo all’anima del mondo corriamo rischi che il nostro lavoro potenzièrà.

Questo mette l’accento sulla fatica che il lavoro analitico comporta nell’essere costantemente esposto e sollecitato nella relazione.

Le potenzialità trasformative della psiche del resto sono costantemente al servizio della relazione stessa.

Tango con il suo ritmo artificioso celebra le circostanze.

Sono parole di Borges:

«La morte mi prenderà,
Tu costeggerai la mia vita
Tu sei memoria infinita
Tango che fosti e sarai»

Ma se l’arte del vivere é la più rara e la più nobile di tutte, chi riesce a vuotare in bellezza tutto il contenuto della coppa?» (Jung, «Anima e Terra»)